Itaca è la meta. Il poeta dice che non dobbiamo temere gli incontri che faremo. Che il regalo di Itaca è il bel viaggio. Che la saggezza che ci verrà dal viaggio intrapreso ci farà capire "un'Itaca cos'è"... Il viaggio continua.....
utente anonimo in Togliere una spina.....
poetanarratore in pioggiaadoro la piog...
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volare tra le immagini, scivolare tra i colori di mondi magici, incantati che la penna ed i pennelli di un mondo di persone che dà voce alle emozioni, che , a volte, solo i bambini sentono, mi ha fatto comprendere qual'è la vera dimensione in cui mi voglio e posso muovere.
Ieri al Bookfair, mi sono sentita come " Alice nel paese delle meraviglie"
oggi, mi sento felice


tratto da:
Questa storia
di Baricco
Perchè sei sempre triste?, gli ho chiesto.
Non sono triste.
Si che lo sei.
Non è quello, mi ha detto. MI ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare. Quando aspetti o ricordi, mi ha detto, non sei nè triste nè felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.
Io sto aspettando, mi ha detto.
Cosa?
Sto aspettando di fare ciò per cui sono nato.
MAL DI CARTA
PRESO IN PRESTITO DA: http://blog.virgilio.it/nowhereman
Ogni tanto pesco tra gli scaffali un libro, comprato magari dieci anni fa in una bancarella di usati, perché qualcosa mi dice che è arrivato per me il momento di leggerlo. Nell'ultimo libro che si è fatto scegliere con questa tecnica di seduzione, che rimane per me misteriosa, mi imbatto a un certo punto in una pagina vuota. Di quelle, avete presente, che hanno solo un titolo e fanno da frontespizio a una sezione, a un capitolo. In barba al senso ecologico, queste pagine in certi volumi abbondano come provvidi punti e virgole per la lettura, sembrano fatte per accogliere un segnalibro, prima dell'ultimo clic della giornata all'abat-jour del comodino.
Tornando al mio libro, solo adesso, alla vista della pagina bianca, mi accorgo che è malato. Una brutta malattia. Macchie marroni, pustole senza spessore ma irrimediabilmente estese. Ingannato dall'inchiostro delle pagine dense di scrittura, non ci avevo fatto caso. Anche le altre sono nelle stesse condizioni. Poi scopro che questa malattia ha un nome ben noto a filatelici e restauratori, si chiama foxing.
I libri si ammalano di loro - mi dico - anche senza essere attaccati da tarli o altri insetti papirofagi. Un libro non è la piccola eternità di parole che mi piaceva immaginare, è appena meno perituro di me; sopravvive a infinite mani e a parecchie generazioni, come un uomo rintuzza l'assalto di tanti virus influenzali di svariati ceppi, prima di incappare in un malanno diverso da tutti i precedenti e, per così dire, definitivo. Il foxing non è che l'effetto dell'attacco di un microrganismo alla cellulosa che compone la carta. Un attacco di un essere vivente ad altra materia vivente, che reagisce ammalandosi.
Osservando con sciocco stupore il foxing del mio libro - perché è sciocco sorprendersi di una cosa a ben pensare del tutto ovvia - ho iniziato a vederlo come un organismo vivo, ad apprezzarne la resistenza, a maneggiarlo con cautela, come si deve a un malato. Niente più violenze alla cucitura o alla colla della costola per spaginarlo meglio.
Un libro è una cosa marcitura come una mela, solo che deperisce con estrema lentezza. Tuttavia, se mi soffermo sull'ontologia di questa comparazione, tra una mela nel frigo e il libro che ho in mano non trovo differenza. Entrambi vivono una parentesi di interezza per trasportare valori profondamente disgiunti dal loro aspetto materiale. La mela sarebbe la dispensa del suo seme, dunque la speranza della propria specie, ma è ridotta da millenni a soddisfare l'appetito di una specie predatrice; il libro non è più carta da quando ha lasciato la tipografia, è il custode delle idee di chi lo ha scritto, tenace quanto il guardiano millenario che Spielberg ha immaginato a difesa del Sacro Graal: un cavaliere che non si lascia disarcionare in quattro e quattr'otto dalla melliflua tentazione dell'oblio e del riuso che la moderna consumologia ci inietta in ogni neurone del cervello.
Ho sempre provato un rispetto istintivo verso un libro, qualunque esso fosse, senza neanche aprirlo. Non posso credere infatti che, per quanto mediocre sia l'intento o la riflessione che esso ospita, per quanto repulsiva possa risultare la sua lettura, esso sia frutto della sola mistificazione. Per questo, non ricordo di averne mai buttato uno. Per un certo periodo, ho abitato nei pressi di un grande e celebre mercato delle pulci. Se volevo privarmi di un volume sgradito, la sera prima del mercato lo deponevo lì, da qualche parte in vista, sperando che come un cagnolino randagio impietosisse qualche bibliofilo dai gusti meno difficili dei miei, o finisse in buona compagnia nelle scatole di uno svuotacantine. Un libro merita rispetto. Non mi sento di escludere che la deriva animalista e vegetalista presto o tardi lo inglobi, dando luogo al librismo. Ma questo è un eccesso su cui metto le mani avanti e che non voglio preconizzare.
Ora finirò perciò il mio libro, dipanerò diligentemente il gomitolo di parole filato faticosamente dal suo autore e cercherò di fare tesoro del piccolo - o grande - messaggio che egli ha voluto custodirvi. Dopodiché lo restituirò al suo foxing, non meno inevitabile del mio, riponendolo dove l'avevo preso. Tra colleghi ammalati in modo più o meno sintomatico dello stesso male, su scaffali che, a ben pensarci, sono fatti della sua stessa materia.
un moto ondoso in perenne movimento il nostro intimo,
permette, a volte, il riemergere di pezzi di storia vissuta
in attesa che la prossima marea riconduca tutto nell'oblio
Non è male la tristezza
è una compaga discreta
è un'amica che consola senza far domande
ti rmane accanto silenziosa
e tu pian piano la respiri, l'assorbi,
ne diventi parte.
Se ti vedono in sua compagnia, ti chiedono:"Perchè?"
....che domanda!?
Ogni giorno ha i suoi perchè, milioni di perchè
tra quelli personali e quelli che riguardano quest'umanità di cui faccio parte
come una goccia nel mare.
Non voglio allontanarla, solo la tristezza mi da la misura di quel che veramente succede...
non parlo del dolore che ottunde la mente
per la perdita dell'oggetto
ma di quella sensazione di vedere che non riesce a brillare

Pantano d'Inferno
da molti giorni avevo il bisogno di respirare il mare....
e invece mi sono fermata lungamente qui a osservare questo luogo,
oggi più vivo del solito di uccelli, al riparo dietro le dune, dal vento forte che spazzava il mare

fiducia per assorbire senza pregiudizio.....ma quando si perde?
e sopratutto...quando ce se ne riappropria?